Less is more

Less is more sosteneva uno dei più grandi architetti del Movimento Moderno, Ludwig Mies van der Rohe, che ha così profondamente e radicalmente segnato la storia dell’architettura, semplificandola e liberandola da un esasperato decorativismo. Sono sue le famose sedie con struttura in tubolare metallico, sue le case sorrette da esili pilastri in acciaio con ampie superfici vetrate.

Less is more è alla base della mia filosofia. E non si tratta solo di un problema estetico. Si vive meglio con meno, sembra paradossale ma è così.

L’importante è saper scegliere, saper distinguere la bellezza nelle cose, saper dare valore a quello che è importante per me, saper fare buon uso degli oggetti che mi circondano e che possono avere, per me e solo per me, un significato simbolico e affettivo. Less is more è in fondo l’anticipazione del contemporaneo concetto di sostenibilità. Continuare a vivere in questo modo, distruggendo e sprecando le risorse naturali non rinnovabili, porterà alla distruzione del pianeta, avvertono gli ecologisti, e non si tratta di falsi gridi di allarme, ma di una certezza.

Per ribaltare, o quantomeno per arrestare, questa tendenza bisogna fare qualcosa e ognuno può fare la sua parte: salvare quanto è possibile, consumare meno, inquinare meno, risparmiare energia, compiere scelte consapevoli, a partire dalla propria casa.

Continuare ad acquistare oggetti senza riflettere sul loro reale utilizzo e sulla giusta collocazione può fare più male di una periodica operazione di space clearing. Eliminare il superfluo ha un grande significato liberatorio e ci costringe ad analizzare i nostri comportamenti, obbligandoci a fare delle scelte. È vero, eliminare implica la produzione di un nuovo rifiuto, ma anche qui si può immaginare di raccogliere e trasformare arredi e vecchi oggetti mettendoli a disposizione di chi ha limitate risorse o semplicemente voglia di qualcosa di già vissuto, con una sua storia.

Spesso nel mio lavoro ho effettuato operazioni di salvataggio e di integrazione di vecchi oggetti in contesti contemporanei, che hanno sempre avuto successo.

Ricordo in particolare le vecchie cucine anni Quaranta, con tavoli con piano in marmoe di credenza con ante a spigoli arrotondati, accostate a modernissimi e supertecnologici blocchi cucina in acciaio: un’ottima integrazione che riesce a coniugare l’ironia della citazione di certe forme appartenenti al passato, accentuata dalla laccatura in delicati colori pastello, alla pulita essenzialità delle forme del minimalismo contemporaneo.

Così ognuno di noi può operare il suo salvataggio creativo, per esempio conservando un vecchio divano dalle forme classiche.

Questa operazione può portare ad un risultato molto soddisfacente e gratificante, per aver evitato un altro rifiuto al pianeta, messo in pratica le proprie capacità creative per la scelta del tessuto e la sistemazione dello spazio domestico, conservato una testimonianza storica della propria vita, ottenuto un manufatto pregiato, risultato di un abile lavoro artigianale e quindi, in ultima istanza, aver contribuito a mantenere viva una professionalità che rischia di scomparire di fronte all’industrializzazione e al decentramento dei processi produttivi.

Immagine: Farnsworth House by Mies Van Der Rohe di Victor Grigas su Wikipedia