Un approccio femminile all’architettura

L’incontro con il libro Spazio e immaginario: maschile e femminile in architettura di Paola Coppola Pignatelli, negli anni Ottanta, è stato illuminante per comprendere la differenza tra due modi diversi di fare architettura e di porsi di fronte allo spazio per organizzarlo e quindi progettarlo: starci dentro, esserne penetrato e condizionato o contemplarlo da fuori, considerandolo oggetto distinto da sè. 

Il primo, che l’autrice del libro definisce spazio del vivere, è uno spazio visivo, acustico, tattile e olfattivo, cioè lo spazio abitato; il secondo, che definisce lo spazio geometrico, è un’astrazione della mente.

Il primo è legato ad un atteggiamento femminile più portato alle forme naturali, alla rivalutazione del gesto semplice e spontaneo, all’esperienza quotidiana del vivere e dell’abitare. Il secondo, più maschile, oppone al disordine della natura forme razionali e geometriche; parte dal concetto che  l’uomo è il vero padrone del mondo, il privilegiato che può dominare la natura, piegarla ai suoi scopi, trasformarla con la sue costruzioni.

Questi due atteggiamenti, che non necessariamente caratterizzano il fare architettura di uomini e donne, che possono convivere nella stessa persona o appartenere anche al sesso opposto, sono esistiti in tutta la storia dell’architettura, che spesso si è occupata maggiormente degli edifici emergenti e dei capolavori firmati dai maestri che del contesto spontaneo, dell’oggetto quotidiano, che è l’espressione diretta della cultura di un popolo.

L’atteggiamento femminile mi è sempre appartenuto ed è coinciso, nella professione, con la scelta di operare alla scala del microambiente, di privilegiare lo spazio interno, di credere nel progetto che procede per gradi, che si modifica nel tempo al variare delle esigenze. Lo spazio che nasce da questo progetto appartiene al committente e si autodefinisce con l’uso, si modella sul comportamento di chi lo abita e non lo condiziona. E’ lo spazio da abitare.

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