Smart working, home working

Ci voleva il Covid per farci riflettere sulla possibile evoluzione del  lavoro in ufficio.

In periodo di lockdown era frequente imbattersi sui social in imbarazzanti situazioni che riprendevano persone occupate in video conferenze di lavoro, con alle spalle quadri  domestici viventi:  figli piangenti, compagni in accappatoio appena usciti dalla doccia, cuccioli in cerca di coccole o di cibo.

Si era infatti costretti a lavorare da casa per attuare quell’isolamento fisico, prescritto come unica terapia in grado di proteggerci dal contagio. E si è capito che questo è in fondo possibile in epoca di internet.

Molte aziende lo sperimentano da tempo e anche la pubblica amministrazione aveva già introdotto il lavoro agile in alcuni contesti, per quel tipo di collaborazione che non implica la presenza fisica: di fatto l’emergenza Covid ha accelerato alcuni processi che, seppur noti,  faticavano ad essere applicati.

Se si lavora per obiettivi e per risultati quello che importa è il fine, non il dove, il come e il quando ci si adopera per conseguirlo. Molti lavori si esercitano con l’aiuto del computer e con una buona connessione si può farlo ovunque. In un bar, in un prato o sulla panchina di un parco pubblico. L’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce lo smart working come una  «nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta di spazi, orari e strumenti, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati».

Certo vanno ricreate alcune condizioni che aiutino la concentrazione e, al tempo stesso, che non portino ad un isolamento totale prolungato che degeneri nella solitudine e nella depressione. Una giusta alternanza di momenti di lavoro remoto e di incontri per condividere le esperienze e programmare sarebbe l’ideale.

Non mi addentrerò negli aspetti psicologici, sociali, sindacali ed economici del fenomeno, ma mi soffermerò sui suoi possibili risvolti nella progettazione e organizzazione degli spazi di vita: nella casa e al di fuori di questa.

Per quanto riguarda  il lavoro da casa l’esperienza di questi mesi ha messo in evidenza l’importanza di poter disporre di un angolo tranquillo dedicato al pc, magari appartato; non occorrono grandi spazi ma: un piano di lavoro, un contenitore per i documenti da consultare, una comoda seduta e possibilmente un affaccio piacevole verso l’esterno per buttare sporadicamente lo sguardo e vedere il cielo e il mondo esterno.

Ebbene, una bella finestra diventa l’elemento centrale dello spazio, ideale sarebbe poterla “abitare”  così come accade nel bovindo. Nei paesi nordici, dove il clima non è favorevole alla vita all’esterno, si è sviluppata questa struttura che consente di sentirsi proiettati verso il fuori e in contatto con l’ambiente, pur protetti da una superficie vetrata.

Importante è che questo luogo sia dedicato esclusivamente al lavoro, da cui ci si possa comunque allontanare, per rilassarsi o svolgere le altre funzioni domestiche. Lavorando da soli, vengono meno quelle interruzioni che in un ufficio avvengono normalmente: il breve scambio con il collega incontrato in ascensore, il saluto a chi si avvicina alla scrivania, il caffè alla macchinetta, la chiacchiera tornando dal pranzo…

Ma lo smart working o il remote working non riguardano solo l’ambito domestico.

Si può anche immaginare un luogo vicino a casa , raggiungibile a piedi, dove ritrovare le condizioni ideali di lavoro, in condivisione con altri. Viene chiamato coworking la pratica che da anni si sta sperimentando, per contenere i costi dell’affitto di un ufficio per svolgere una libera professione.  

Si potrebbe immaginare in futuro l’utilizzo, per questo scopo e con incentivo pubblico, di negozi e spazi commerciali dismessi che potrebbero così aprirsi di nuovo sulla strada, con un benefico effetto per la vitalità del quartiere.

Il grande vantaggio sarebbe  di contenere i massicci spostamenti verso il centro delle città nella stessa fascia oraria e, in ultima istanza l’inquinamento, con risparmio di tempo e risorse economiche per tutti.

Nel coworking più strutturato alcune attrezzature possono essere condivise: stampanti, strumenti di videoconferenza, salette riunioni o una vera e propria segreteria. Si potrebbe anche pensare ad un futura progettazione di edifici abitativi multipiano che riservano al piano terra spazi dedicati al lavoro, con eventuale nursery  e scuola materna compresa, con grande sollievo per il lavoro femminile. Forse non è una novità. Le Corbusier pensava qualcosa di simile nel suo Unitè d’Habitation di Marsiglia.

E, ancora, fuori dallo spazio domestico si può immaginare anche un ripensamento delle grandi strutture dedicate agli uffici che rischiano di rimanere vuote, se si riducono i lavoratori in sede. Possono allora trovar posto in esse : luoghi di riunione, spazi di rappresentanza, locali per corsi di aggiornamento, showroom per l’esposizione di prodotti, foresterie per stagisti e clienti ed altro ancora; a cosa servono spazi pieni di scrivanie se posso lavorare anche su una panchina?  

Per finire, l’esperienza Covid ci impone importanti riflessioni sui possibili cambiamenti futuri nella progettazione degli edifici e negli stili di vita.

Si potrrebbe anche immaginare di seguire l’esempio di Luca Mercalli, noto climatologo e divulgatore scientifico che al primo caldo si trasferisce da Torino in una baita in alta montagna, sistemata opportunamente secondo i canoni dell’architettura green, senza dover ricorrere alla climatizzazione necessaria in città, pur lavorando e mantenendo il contatto con il mondo.

Sarà questa che lui definisce “transumanza umana”, la nostra sorte per sfuggire al riscaldamento globale che avanza?  Mi auguro che questo passaggio, se necessario, possa essere guidato e programmato, per evitare danni urbanistici anche in luoghi incontaminati.