Vivere in una capanna

Tutte le altre case erano il sogno di un uomo che era nato povero e voleva impiantare la sua gloria. C’era in loro tutta la nostra vita, c’erano le statue, i quadri, i tappeti, i buddha, il letto cinese e tutta la mia biblioteca…

Compri dei mobili, un bel tavolo da pranzo per invitare gente; ti fai una casa di quattro stanze; no, ce ne vogliono otto perché manca la camera per la bambina, poi quella per gli ospiti. Sempre questa crescita. E alla fine ti accorgi che fra le grandi case con cui ti realizzi e la bara con cui mi porterete a cremare, che tra quelle case e questa bara c’è solo un sogno: la casetta sull’albero che avevi sognato da bambino…

Bene, io qui me la sono costruita quella casetta. Eccola qua, la mia gompa dove vivo. Una scatola di legno che ho reso tibetana nei colori e nelle cose e che mi piace moltissimo. Mi sento nella mia dimensione qui. Quanti sono, tre metri per due? C’è tutto qui… Tutto quello in cui mi sento a mio agio.

Tiziano Terzani

Con queste parole riprese dal figlio e pubblicate postume nel libro La fine è il mio inizio, Tiziano Terzani, sapendo di essere arrivato alla fine del suo percorso,  parla dell’ultima casa in cui ha vissuto, quella che lui chiama la gompa (dal nome del tempio Buddista in Tibet) in stile Tibetano, in ricordo degli anni vissuti in oriente. Muore nel luglio del 2004 a Orsigna, Pistoia, all’età di 68 anni.

Ma non è una scelta eccentrica, di un uomo malato terminale, che aveva svolto un importante percorso di distacco dalle cose terrene grazie alla meditazione e alla condivisione dei principi delle filosofie orientali; a ben vedere ci sono oggi movimenti sparsi in tutto il mondo che propongono questi modelli abitativi e non solo per una vacanza in mezzo alla natura, alternativa alla tenda da campeggio o per risolvere il problema abitativo in una situazione di emergenza.

Si parla di tiny-house movement  per indicare una tendenza che ha a che fare con l’architettura e una nuova visione filosofica, che propone uno stile di vita più semplice, con meno cose, in opposizione al consumismo.  Per tiny-house si intende uno spazio abitativo di meno di 37 mq.

In genere queste piccole costruzioni sorgono in scenari naturali di grande suggestione. Non a caso infatti si insediano nelle sconfinate pianure australiane o in Nuova Zelanda, nelle verdissime foreste canadesi, ma anche in Europa, nel dipartimento della Bretagna in Francia, vicino a Freiburg in Germania, in Spagna, in Svezia e in Inghilterra, proposte come residenze primarie e, più di recente, in Giappone, alla ricerca di un contenimento delle superfici abitative.

Certo riesce difficile immaginarle in una città metropolitana, così come riesce difficile immaginare che un nucleo familiare di 4 persone possa vivere in uno spazio così ristretto considerato lo stile di vita contemporaneo, che richiede una grande quantità di oggetti, anche senza arrivare alle situazioni di casa immagine e status symbol, laddove più che le necessità contano le apparenze. Più grandi sono gli spazi della casa, più numerosi e preziosi sono gli arredi e le suppellettili e più importante viene considerato il ruolo sociale dei suoi abitanti.

Lo studio danese di architettura Bjarke Ingels Group ha progettato una micro-casa personalizzabile di 17 metri quadri che può essere costruita in tempi rapidi e in qualsiasi luogo. Le grandi superfici vetrate riflettono l’ambiente circostante conferendo all’edificio un’estrema variabilità. La struttura è rialzata su quattro minipilastri in calcestruzzo che servono a livellare l’appoggio anche in terreno irregolare e, al tempo stesso, isolano la struttura dal terreno. Internamente, lo spazio è caratterizzato da finiture di pregio e di alta qualità. L’abitazione è assemblata sul posto utilizzando dei moduli, ed è costruita con materiali riciclabili al 100%.

E allora direi di raccogliere queste provocazioni, pensando che tutto può cambiare rapidamente, anche le necessità, le abitudini e gli stili di vita, e mai come in questo periodo ne abbiamo le prove.

Si può oggi lavorare da casa, si preferisce vivere distanziati, si privilegia la vita all’aria aperta, e molti si chiedono se non sia il caso di approfittare di questa esperienza per rivedere i concetti di crescita, di economia globale, di ridistribuzione del reddito di benessere e di felicità. E forse il consumismo, nei suoi aspetti più esasperati, ha qualche responsabilità anche nella pandemia o nella difficile gestione del suo superamento.

Chissà che non si debbano reinventare anche gli spazi abitativi: più piccoli, ma più fluidi e alla ricerca di un nuovo rapporto con la natura.